Strascichi d'estasi estiva


Ed è da oggi che per me le vacanze estive 2011 si coprono di polvere clandestina, diventate un ricordo in più da aggiungere ai cassettini della memoria.
Chiusa, doverosamente e involontariamente, un'altra di quelle porte una volta aperte, penso verso quale meta più astratta puntare, ora, da ora e a lungo.
Le idee sarebbero anche parecchie ma per alcune ci vuole tempo e altre non si possono dire.
Così pensando ad organizzarmi con quelli che per facilità di linguaggio chiamo propositi, tesso trame senza telaio.

Sono state, quelle trascorse, settimane intense.
Mi sono riempita le braccia larghe di cose che sono i doni di un viaggio.
Ti inchini a raccoglierli e delle volte ti vengono davanti e addosso così, senza che lo sai.

Le tappe sono state parecchie da farmi trovare da un momento a quello dopo dentro paesaggi completamente diversi tra loro.

L'Umbria è stata la zip allacciata tra Milano e la Sicilia.


Orvieto è quasi magica con il vento della sera davanti al Duomo e ad un bicchiere di vino.

La Sicilia invece è uno di quei posti che ho sempre sottovalutato.
Non c'è un perchè preciso e nulla centra la sua storia sanguinolenta.
Semplicemente ci si confonde tra idee con fondamento e idee casuali.
Sono moti della mente che delle volte vanno senza sapere.

Ho visto le coste.
Direi tutte.
Perchè in viaggio si cammina per mantenere l'equilibrio.
Ho conosciuto l'Etna, l'aria che tira da su e quello che si vede nel fondo, che sembra un po' di stare sulla luna.
Non che ci sia mai stata.


Lipari è stato un altro stacco.
Un porto sicuro a forma di abbraccio.
E' stata pace e colore di cose dal mondo riunite in un solo spazio nello stesso tempo.
E' stata sentirsi a casa.


Ci sono ritornata poi dentro alla mamma di Lipari e delle Eolie, tutte.
Ed è stata la volta di Palermo dopo Catania, Agrigento, Siracusa ... qui, e non solo, ho incontrato alcune delle mie paure, quelle che a fasi alterne si presentano a portarmi il conto.

Non so se le vinco e le ho vinte ma so che ho imparato a riconoscerle.
Ed è certo un mezzo passo in avanti.
Che non vuol dire stare ferma e men che meno tornare indietro.

Abbandonare l'isola madre e le isole figlie mi ha lasciata un po' sottotono.
Perchè vorrei avere un posto ovunque.

Il mio non mi sazia.

Sono volata per mare in costiera, poi.
Mi piace quel genere di realtà.
A dimensione uomo e donna.
Dove non esistono i pericoli.


Dove vai per dire "Arrivederci" all'estate.

E' la realtà che c'è poco più in là che non mi ha rapita, che mi fa ridere e mettere il muso.
Ma dal confronto non ne nasce sempre il meglio.
E così qualcosa è riuscita a lasciarmi di stucco ma non mi ha scalfita tanto da farmi perdere il sorriso ottenuto nei miei giorni migliori.

A fasi alterne, mi sento un po' più ricca, se non nel vero senso del termine, in quello più interiore che almeno non è tassato e nessuno può provare a toglier nulla.

Conquiste di avventura ed entusiasmo.

... ora sono qui.
Tornata a giocare ai giochi di vita normale.


Climax discendente

Che se ogni promessa è un debito mi sei debitrice.
Ma è un debito che non si salda.
Insaldabile e impagabile.
Che non ti svuota le tasche.
E non ti riempie i pantaloni.
Infatti è in stasi, teso e morto, in un movimento lindo e pulito di niente.

Che non c’è da incrociar dita e pregare il signore.
Far virare gli occhi in attesa di un cenno, che tanto sarebbe sberleffo.

E allora mi piego, mi inchino, mi siedo e mi sdraio.
Che tanto non ho fretta e nulla aspetto.

E se mi chiami non ti sento.
E se mi vedi guardo altrove.
E se mi cerchi non mi trovo. 


...
e se ti cerco … nemmeno mi trovo.


Carlo Vive ?

Il 20 luglio 2001, a Genova, durante le giornate del G8, viene ucciso Carlo Giuliani, anni 23.

Il 20 luglio 2001, a Genova, durante gli scontri del G8, il carabiniere Mario Placanica, anni 20,  esplode due colpi di pistola e con uno di questi colpisce allo zigomo Carlo, che muore pochi minuti dopo.

Non è opinabile il termine che indica l'azione, e quindi UCCIDE, perchè così è stato. 
Carlo non è morto per malore, malattia, suicidio... Carlo è stato ucciso.
Perchè se io ti punto e sparo e tu muori, beh, io ti ho ucciso.
Questione di logica.
Come la matematica.

Carlo è, steso, a terra.
La camionetta gli passa sopra due volte, avanti e indietro.
Senza sapere se è vivo, se è morto.
La faccia guarda in su.
Le gambe sono larghe.
Intorno al braccio ha un rotolo di cerotto.
Ha scarpe da trekking.
E sotto i pantaloni indossa il costume.
Carlo stava andando al mare.

« Bastardo! Lo hai ucciso tu, lo hai ucciso! Bastardo! Tu l'hai ucciso, col tuo sasso, pezzo di merda! Col tuo sasso l'hai ucciso! Prendetelo! ».

Queste le parole che escono dalla bocca del Vicequestore Adriano Lauro, le urla contro un dimostrante che verrà poi fintamente inseguito per alcuni metri.
Tentativo magro di far sembrare le forze dell'ordine estranee ai fatti.

Il resto è storia.
Una storia a mio avviso triste.
Di quella tristezza amara, rugosa, maledetta.

Proverò a dire.
Ma questo pezzo di una giornata di storia è pesante.
Intriso di sangue e sbagli che grondano.

Per me Carlo Giuliani non è un eroe.
Inizio così.
Che siamo chiari da subito.
Perchè i pensieri già li sento che mi guardano come a dire "questa è pazza!".
Lo difende.
Lo giustifica.
Io con un estintore lì non ci sarei mai stata e infatti non c'ero.

Certo, poteva decidere di restare a casa sua o, meglio, proseguire per il mare come aveva in mente di fare.
Ma no, lui era lì, aveva cambiato idea, e teneva sollevato un estintore.
Non sapremo mai, se, davvero, l'avrebbe lanciato.
No, non lo sapete ed è inutile insistere.
Sarebbe rimasto in aria, sarebbe stato ributtato a terra, sarebbe stato lanciato contro la camionetta?

Sfido chiunque, santi in terra non ce ne sono, a non aver mai fatto atti ingiustificati e magari ingiustificabili.
Scelte pericolose.
Se ci pensi, almeno, una e dico una e non di più, di queste risposte, un esempio in mente ti torna.
Però spunta solenne la frase-sentenza che ognuno deve prendersi la responsabilità di ciò che fa e bla, bla, bla.
Quindi uno paga con la vita?
Voi avete pagato con la vita?

Quindi dopo che è morto cosa fai?
Tipo che inizi a sputargli addosso, a spegnerli sigarette addosso, magari lo prendi a calci.
Che ti frega?

Aveva solo 23 anni.

Io lo ribadisco che lì con un estintore all'aria non ci sarei stata e infatti non c'ero.
E Carlo non l'ho mai conosciuto.
E non lo conoscerò mai.
E penso a suo nonno che per anni è stato alla Casa Verdi, la Fondazione Casa dei Musicisti, qui a Milano, in Buonarroti.
Carlo è morto prima di lui.
Il nonno che sopravvive al nipote.
Al nipote che muore morto ammazzato.

Mario Placanica aveva 20 anni.
Mario Placanica era incredibilmente giovane, più giovane di Carlo Giuliani.
Il carabiniere che deve difendere la fortezza genovese è più giovane del manifestante anarco-insurrezionalista.
Uso queste parole ridondanti che piacciono tanto ai Tg e alle forze dell'ordine.
Sorrido ma è amarezza.

Mario Placanica è stato vittima forse quanto Carlo.
Ma non vittima di Carlo.
Solo che non è morto.

La colpa arriva dall'alto.
Intendiamoci: le forze dell'ordine al G8 hanno fatto un bordello indescrivibile.
Hanno fatto schifo.
Peggio che schifo.
Hanno chiuso gli occhi e menato le mani.
Non si può fare di tutta l'erba un fascio. 
E' vero, hai ragione.
E allora me lo spieghi tu perchè loro l'hanno fatto?

L'inghippo viene dall'alto.
Dai cosiddetti poteri forti.
Molti dopo il G8 sono saliti di grado. Che sembra una beffa.

Chi ce li ha messi i ragazzini a giocare ai difensori della legalità-della giustizia?
Chi l'ha scelta Genova come città per un evento del genere?

Carlo e Mario sono due facce della stessa medaglia.
Uno è morto.
L'altro avrà per la vita un morto addosso.

Nessuno dei due è direttamente colpevole.
Nessuno dei due è un eroe.

Carlo è diventato e resta un simbolo.
Carlo ha pagato gli errori degli altri e per altri.
Carlo è stato quello che per qualcuno doveva succedere ed è così che è successo.
Io penso che un morto in qualche modo l'avessero programmato.

E non contenti ecco la Diaz.
Ecco Bolzaneto.
Ecco gli impavidi giustizieri.
Eccola l'arroganza.
Il potere del potere.

A Carlo oggi chiederei cosa è stato, quel giorno, a fargli abbandonare l'idea del mare.
Andare in quella piazza, che era Piazza Alimonda.

A Carlo chiederei se ne è valsa la pena...
...e gli chiederei da dove nasce la passione per il latino e la scrittura.

A Mario chiederei chi ha pagato.
E poi gli chiederei comunque il silenzio.

Per tutti gli altri tronfi e gonfi, per loro, a loro, riserverei lo stesso trattamento di quei giorni, di quelle notti.
E più in alto ancora, lo stesso e peggio.

Leggo spesso sui muri: nomi di ragazzi come Carlo, che non ci sono più per "ragioni d'ordine", seguiti da Vive.

Carlo no, non vive, non più.
Perchè il potere mascherato l'ha fatto fuori.
Lui, un numero qualsiasi, con un qualsiasi colore d'occhi e di capelli.

Carlo non vive per una come me che non crede ad altro e a nulla, dopo.

Vive un ricordo.
Per chi lo ricorda.
Vive un insegnamento.
Uno qualunque.
Con la forma di una Genova a ferro e fuoco.
E se ognuno ne riuscisse ad estrarre almeno uno ed uno solo sarebbe già un grande sforzo d'amore e di comprensione.
E così Carlo che non vive, vivrebbe ancora, almeno un momento.

Luglio 2001 - Luglio 2011

Qui posso fare riflessioni più degne di altrove.
Qui posso permettermi di dire e di allungarmi.

Dieci anni passano, per tutti e tutto.
Che delle volte è come se ad essersene andato fosse uno ed uno solo di quei giorni.

Avere 18 anni a Milano, oggi, non so cosa sia.
So che quei dieci anni fa, a luglio, ero io ad averne così pochi, davvero innocenti di anni.

Ho iniziato il liceo in scuola statale ma dopo pochi anni sono finita in altre tre scuole, tutte, private.
Dove non esiste un sentire politico, un'idea che spacchi i muri.
Esiste certo il conformismo, al quale, anche io, lo dico tranquillamente, volevo appartenere.
Tipo "voler apparire che ad essere ci pensiamo domani".
(Ho amato le mie scuole ma per altri motivi e non questi).
Ero troppo ancora nulla per capire che il bello sta nel non essere il tutto che si vuole o vorrebbe essere.
Non ero sciocca, ero semplicemente un'insicura cronica.
Che temeva che nemmeno la propria ombra fosse all'altezza.

Quando andavo al Vittorio Veneto, il mio primo liceo statale e sofferente, esistevano i collettivi di sinistra, autogestioni e occupazioni.
Esistevano ragazzi cosi urlanti e convinti che io li stimavo per la radicalità di avere un'idea ed esprimerla, io quando ce l'avevo me la tenevo stretta nel cassetto e avrei voluto avere la loro forma, così decisa e così chiassosa.
Stimavo in particolare una compagna di classe, che se legge magari si riconosce, prima o poi credo di averglielo detto, brava in tutto, non più di altre, ma il giusto.
Sapeva tante cose e io mi chiedevo come si potesse sapere tutto quello a soli 14 anni.

Tante volte avrei voluto avere uno dei loro scudi immaginari.
Io non avevo la loro grinta, le chiavi a ciondoloni dai passanti dei pantaloni strascicati per terra, non avevo la conoscenza di termini strani, tipo COERCIZIONE, che suonavano belli e pieni.
Stavo al mio posto, trattenevo la voce.

Da qui me ne sono andata dopo due anni.
Meglio così, lo dico oggi.

A diciotto anni stavo già traslocando mentalmente nell'ultima scuola.
La quarta, tra tutte.
Sono stata nomade in questo, la cosa più gitana che ho fatto ( a parte una vacanza in Montenegro ).

L'estate dell'2001 segna per tante cose il mio spartitraffico.
E' anche Genova, il G8 di Genova, a segnare la separazione di qualcosa.
C'è necessariamente un prima e un dopo, Genova.

Nella mia testa separa me di prima da me di dopo.
Mi fa capire che non è peccato provare a dire-farsi sentire.
Mi fa piano e pianissimo iniziare a prendere peso, corpo, sostanza.
Mi regala una forza che non presenterò a tutti ma che non so perchè proprio allora.
E' da lì che riconosco di essere più vicina ai primi che ho incontrato e non ai secondi.
O meglio  mi fa capire che posso stare bene con tutti e due ma che devo far sentire le mie differenze e diffidenze.

Ho discusso con tante persone parlando di Genova.
Delle volte sono troppo radicale e radicata nelle mie posizioni.
Ma ho imparato ad avere un'idea e oggi la difendo eccome.
La sbandiero e la accarezzo, perchè sono io.

Genova non è stata solo Carlo Giuliani, genova è stata la Diaz ed è stata Bolzaneto.
Genova è stata una città fatta distruggere e patti non rispettati, tra manifestanti delle tute bianche e forze dell'ordine ( che delle volte storpio con la parola disordine ).
Genova è stata che il marcio c'è ovunque ma bisogna riconoscerlo, non farne un cumulo comune perchè tanto chi se ne frega e quindi pagano tutti.
Genova è stata una fortezza per i potenti e il terremoto per i comuni, che siamo noi, io e tu, noi, loro e tutti gli altri.
Perchè quel giorno avremmo potuto esserci pure noi ma non per questo avremmo meritato le botte e il sangue.
I denti rotti, gli sputi in faccia, le teste messe dentro ai cessi di una caserma per sentirci dare delle puttane.

Genova è stata tante cose e io ogni volta che ci penso mi arrabbio e mi attorciglio.
Ho sentito tanti racconti.
Ho letto libri.
Custodisco una raccolta di CD che passano le radio di quei giorni.
Che fanno sentire le cariche. Le marce. I manganelli.

Genova è entrata nella storia, un evento indimenticabile dal colore rosso.
Non è il rosso dei compagni, no, non ho mai amato esprimermi secondo un codice.
E' il rosso del sangue sparso e gratuito.
Non di Carlo Giuliani, ma mi viene da dire anche.
Questo però lo trovo un capitolo a parte.
E ho paura a toccarlo.

Io grazie e con il G8 di Genova sono cresciuta.
E io che non c'ero e chi invece c'era ce lo ricorderemo per sempre.

Ricorderò anche il frame di Piazza S.Babila a pochi giorni dalla fine della battaglia a mano armata.

Genova è lo spaccato di un momento che porta dentro, come fosse una vertebra dimenticata, il tessuto di anni ormai lontani in cui capitava che i giovani si facessero sentire e avessero idee forti e belle.
Il tonfo che c'è stato non mi farà mai ricredere sulle buone intenzioni che c'erano.
Doveva essere una danza corale, non vestita di nero, non scandita da marce.

Tutto il resto è storia.
Per libri, tribunali e memoria.

Tratto da "La ferita" di Marco Imarisio
"Nessuno ne risponderà, negli anni a venire. Eppure la carica di via Tolemaide segna uno spartiacque nella storia del G8. C’è un prima, con una gestione dell’ordine pubblico leggera – così discreta da lasciare spazio alla follia dei Black Bloc –, e un dopo, fatto della violenza che riempirà quel pomeriggio, la manifestazione del giorno seguente e la notte della Diaz. Mancano cinquecento metri all’arrivo del corteo partito dallo stadio Carlini e guidato, almeno nominalmente, dalle Tute bianche. Hanno in tasca un accordo con le autorità: raggiungere le barriere della zona rossa, farle scavalcare da un paio di manifestanti, tornare indietro. Sarebbe dovuta andare così, nessuno ne faceva mistero, ce lo aveva anche confermato il colonnello Tesser in quella esibizione di granitiche certezze al bar dell’hotel".


"Ci sono stati processi, anche Michael Covell è tornato a Genova. Alcune responsabilità sono state accertate. Perché vennero dati quegli ordini, chi li diede esattamente, non si è mai capito. Negli anni recenti mai come in quei giorni di Genova la democrazia italiana si incrinò, barcollò, perse senso e coscienza. Quelle ore furono di democrazia sospesa. Sono passati dieci anni, è ora di ripensare a quei giorni, di riparlarne, di assumersi responsabilità, da parte di tutti: di chi gestiva l’ordine pubblico e di chi, dalla parte di chi protestava contro il G8, non seppe capire che cosa sarebbe successo, non riuscì a controllarlo e a fermarlo".

Home Textile Emporium by Lisa Corti

Ogni suo pezzo è un’opera d’arte perché unico e solo. Le sue creature sono oramai sparse in giro per il mondo, da Milano si arriva a Firenze, Roma, Istanbul. Anche negli Stati Uniti ora è possibile incontrare agrumeti, arazzi e tappeti d’aria bizantina, antica tradizione decorativa e il mercato di Keren ...


C.B. Made in Italy

Più spesso accade che si guardi dall'alto al basso.
Ma succede anche che le persone le si guardi al contrario, ossia dal basso verso l'alto.
E quindi cosa vedi per prima cosa?
Qual'è il dettaglio che subito salta all'occhio?

Direi i piedi.
Ma è ancora quasi certo che si vada in giro con le scarpe.
E allora dico: le scarpe.

Ultimamente mi capita di incontrarle parecchio e di discuterne.
Parlo delle C.B. Made in Italy (Clicca sul brand per entrare nel sito).
Una linea di mocassini, e non solo, curata nel dettaglio, in morbidissima pelle, camoscio o jersey.

Nascono dalla mente e dall'intraprendenza di Cecilia Bringheli, giovane ragazza milanese, bella quanto capace di mettere in moto una "controtendenza".
Quella di far scendere le donne dai trampoli per essere piacenti ed eleganti, anche, se non addirittura di più, su base piatta.

Personalmente indosso pochissimo i tacchi e solo di sera, quando capita.
Li compro, li guardo, mi piacciono e poi mi dico che non sono per una come me che ama la comodità e non riesce a stare per più di 5 minuti impettita.

Cecilia offre un'alternativa interessante che si sta espandendo a macchia d'olio, conquistando le più, o comunque le molte.

Un'antidoto contro pavé, san pietrini, lunghe camminate, viaggi sui mezzi, caldo e voglia di poter farsi una corsa all'improvviso.

Io ho il mio paio di C.B.
Se così non fosse non direi che la pelle è morbidissima.
Devo toccare con mano prima di credere alle pubblicità ad effetto.

Da qualche giorno mi sono innamorata però della versione floreale.
Una delle creazioni più recenti.
Così ho preso le mie C.B. in pelle marrone e guardandole maliziosa ho spiegato loro che ho un terribile debole per il mood "Flower Power"e che espandersi non significa tradire.

 
Se entreranno in casa, perchè l'idea è di questa intensità, le spaccerò per ospiti.
Col tempo le ostilità verranno meno. 


Syria scrive al futuro

“L’incoerenza è la mia più grande coerenza”, dice Cecilia e la sua carriera, passata anche per il teatro, prima con Francesco Paolantoni in Jovinelli Varietà, poi con Paolo Rossi in Chiamatemi Kowalski, ne è la più coerente rappresentazione.

...continua
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Questo pezzo è quello a cui, fino ad ora e forse oltre, tengo di più.
In assoluto, con convinzione, polso fermo.
Un regalo, di un giorno. 
Il sorriso di anni.

I motivi si incrociano e danzano insieme, legando il mondo della musica agli affetti personali.

Cos'è la musica per me? No, non amo la materia nel senso che la farei.
Non ne sono in grado, non ho le capacità e non ho nemmeno mai avuto il desiderio di far ascoltare la mia voce gracchiante ad altri.

Amo la musica come parte integrante della mia vita, assicuro che è una scintilla costante, che non spaventa, ma accompagna, prende per mano, accarezza, fa risorgere, riflettere sulla bellezza di certi accostamenti.

Per me la musica è un mondo, il mio mondo, perchè sento di farne parte.
E' un mondo grande, non per eletti.
Ospita tutti.
E' una delle cose più democratiche dell'universo che pianta le sue differenze attraverso i gusti di ognuno.

Io con la musica scopro pensieri che non sapevo di avere.

E quali sono gli affetti personali? Cecilia, che è il bene grande di strade che una sera, più o meno per caso, passando per una discoteca si incrociano e si guardano negli occhi, mentre lei scende da un ring, dopo essersele date a colpi di Mp3.

A parole ci conoscevamo da prima.
Vie traverse, e-mail, consigli di semplicità.

Non lo so perchè tra noi è nato un poi che con altri non c'è.
So che in tanti momenti il pensiero della sua presenza mi ha portata in alto.
So che lei ha la risata più contagiosa del mondo.
So che lei è prima persona e poi grande artista.
So che se l'umiltà avesse un volto sarebbe il suo.
Ed è così che io l'ho sempre chiamata prima con il suo primo nome, Cecilia, e poi con il suo secondo, quello della nonna Syria.

Quando lei ha iniziato ad essere conosciuta aveva 18 anni e io 13.
E cantava quella canzone che dice: "è meglio un pugno in pieno viso che ci rimani steso" e io ne tirai uno dritto e convinto al naso di una compagna di scuola, sul pullman della gita.

Guardavo Cecilia non lo so in che modo ma mi ha sempre ispirata.
Lei è una giovane donna che non invecchia.
E poi è tutta disegnata.

Da Roma, sua amata città di nascita, ha piantato basi a Milano, anni fa.
E la prima volta che la incontrai fu in metropolitana, linea rossa, amendola-fiera.
Avevo 18 anni e stavo tornando a casa da scuola.

La seconda fischiettava un motivetto che boh ... , camminando per strada, vestita in quel modo che alcuni giudicano assurdo.
Tanto che Fabri Fibra per questo motivo la menziona in una canzona.

Un djset.
Navigli, Bond, un bancone e due parole.
Fino a catapultarsi insieme in macchina un pomeriggio verso i Magazzini Generali, vuoti e assolati, per girare un video.

Nel mezzo ad oggi custodisco due vestiti, tenuti insieme come cimeli di una guerra bella e vinta, la festa per i 15 anni di carriera (passata attraverso la musica, palchi piccoli e grandi, il teatro, un programma per bimbi, le scatole magiche, un cameo al cinema con Verdone, un tributo al movimento Indie ), i racconti di San Siro e di quell'emozione, le cose insegnate e fatte capire, senza saperlo, l'aver allestito insieme un mercatino delle favole, gli sms, gli abbracci stretti, i progetti di un viaggio, il regalo del mio nome tra i ringraziamenti di una vita.

Ci sono tante varianti e costanti nel vissuto di ognuno.
Questo pezzo, regalo ad un'amica, omaggio ad una voce, lo riproporrei tante volte quante la banalità di chi non prova a rinnovarsi mai.

Ringrazierò a mani giunte, sempre e per sempre, il flusso d'amore e circostanze che ci ha fatte incontrare.

Immagino un tavolo apparecchiato tra gli alberi di Vetralla, io, tu, Martina e Michela.
Fotografate di spalle a guardare oltre.
Come quando fotografi Alice, l'altra parte di te!



Syria si esibisce allo stadio di San Siro durante il concerto "Amiche per l'Abruzzo"

Fabiola Pedrazzini

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Fabiola Pedrazzini, bravissima designer milanese, è stata per me una doppia soddisfazione.

E' stato bello raccontarla ma ancor più galvanizzante è stato sapere che, dopo l'uscita del pezzo e non certo per questo, ha vinto il concorso internazionale per il quale, unica italiana in finale, gareggiava.

Nello specifico: The Fifth Independent Handbag Designer Awards. Fabiola ha gareggiato nella categoria Best Handbag in Overall Style and Design.

Zilla

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I materiali rubati alle case diventano le fondamenta per la costruzione di mobil-home, specchio di una femminilità a portata di mano ... 
... continua

Silvia Mazzoli


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Questo è stato il primo sì ricevuto, firmato da me.

Silvia Mazzoli è una ragazza pesarese che ho conosciuto qualche anno fa.
A Milano ci siamo incontrate al parco Solari.

Cavalcare l'onda

Ecco. Non è che io sia maga pronta nel cavalcare l’onda.
Nel cogliere in un attimo “l’attimo”.
A dire il vero, io sono sempre stata il contrario.
Un po’ troppo riflessiva.
Un po’ troppo scrupolosa.
Brava a centellinare, non chiedere, evitare.
Per pentirsi dopo.
Una bilancia equilibrata che annaspa punzecchiata dall’ascendente in scorpione.
Di qualcosa mi pento ancora oggi a distanza di intermezzi musicali.

Al contrario, delle volte in un mentre, s’accende una lampadina e arriva l’impulso.
Che non è detto sia quello che aspettavi o in cui credevi ma è pur sempre l’onda anomala che ti fa fare un balzo in avanti.

Crescendo non lo so se le aspettative si alzano o si abbassano.
Direi di getto la seconda, ma quando mi specchio capisco che, a conti fatti, di aspettative ne ho sempre parecchie.
Anche quando credo sia il contrario.

Mesi fa ho pensato che potessi provarci, a propormi.
A crearmi l’aspettativa in più, mista ad illusione, che se s’avvera, tale non è più.

La mia posizione e non lo dico con protervia mi ha permesso di sortire risposte, poter avanzare proposte, costruirmi un ponte da attraversare, non dico con facilità estrema, ma con grazia.
Una grazia che ti viene concessa solo se hai già, in un modo qualsiasi, un contatto reale o contatti di un certo tipo.

Altrimenti, se succede ma non appartieni alle categorie di sopra, può significare solo due cose: o sei “fortunatissima di una fortuna che non guarda in faccia nessuno” o sei “un mostro di bravura che come te non ce n’è”.

Io non sono particolarmente fortunata e nemmeno un genio compreso.
Sono una che si è trovata qui, e adesso non indaghiamo il caso e tutte le alternative chiamate coincidenza, destino, termini vari da poesia romantica dell’800.

Scrivere per me è quel tanto che fa tutto.
E un giorno ho raccolto tante proposte da centellinare nel caso avesse iniziato a girare qualcosa.
Dalla mia parte ho trovato chi mi ha accolta, quasi presa per mano nell’incitarmi a farlo.
Le persone a dire il vero sono un paio, di altri grazie non ne devo dire.
E dopo un attacco di no, sono arrivati i sì.

Il primo sì è stato che quasi non ci credevo.
E ogni sì, anche se non so fino a quando dureranno e se ce ne saranno quanti ne voglio, è una goccia.

Mi piace raccontare.
Mi piace avere la possibilità di tessere le trame basiche per chi leggerà la storia che racconto.
E così, anche se mi piacerebbe parlare di cose impegnate, perché sono noiosa e mentale, mi accontento, ma lo dico con un sorriso grande, di raccontare per Vogue.it i primi passi di talenti legati alla moda, intervallando magari con qualche cenno su musica o eventi.

Cose così.
Leggere ma non per questo prive di risvolti interessanti.
Di modalità di racconto divertenti, stimolanti.
Questo è il mio inizio e a me piace.
Seppure vorrei fosse più veloce, meno scattoso.
Quando parto, cammino veloce.


...continua

Dicevo: ...continua.

E allora penso che il mio studio sia forse uno tra i più belli, non dico del mondo, ma di Milano.
Certo sei mesi e mezzo di stage sono duri a morire.

Quando fai uno stage servi ma non hai una funzione propria.
E' come se non avessi confini, limiti, tratti distintivi.
Personalità?

Sei qualcuno. Forse qualcosa.
Ma chi e cosa?

Quando entro in un luogo a me nuovo lo faccio in punta di piedi.
Timidezza, discrezione, non lo so.
Io arrivo sul lungo tempo che se mi conosci oggi potrei essere in un modo che dopo mesi diventa l'opposto.
Ci vuole pazienza, meglio detta curiosità di scoperta.

So che in quei mesi non ero certo quella che le persone, che mi vedono ogni giorno oggi, pensano e so che quei mesi sono stati una scuola.
Una prova.
E l'ho vinta.

E allora penso che il mio studio sia forse uno tra i più belli, non dico del mondo, ma di Milano.

E' un open space che a volte sembra una casa.
Dove si lavora tutti intorno ad un tavolo forato al centro.
Con la propria postazione fissa e il proprio Mac.
Il tavolo del pranzo e la cucina.
La musica.
La televisione in casi eccezionali, tipo durante i mondiali.
Le risate e perché no le incomprensioni, i brutti musi ... e quei termini propri che differenziano un lavoro da un altro.
Server, Dse, Admin, dida, temporizzazione ... 

E allora penso che il mio studio sia forse uno tra i più belli, non dico del mondo, ma di Milano.
Non troppo inflessibile e piegato alle particolarità di ognuno.
Strambe e varie.

Il primo aprile 2010 ho firmato il contratto.
No, non è uno scherzo.

Il primo aprile 2010 ho firmato il contratto.
Ed è come se un filo si fosse sbracciato tra me e il mondo, intendo tra me e il mondo del lavoro.

Quel giorno sono diventata la responsabile dell'inserimento della parte contenutistica del sito Vogue.it
Non saprei in quale altro modo spiegarmi.
Quindi e-mail come pioggia battente, telefono che squilla o chiama la redazione, planning da seguire.
I canali - magazine, trends, talents, beauty, stars ... - che si alternano con priorità variabile.

Fiato sul collo delle volte e c'è da dire che se tutto è più calmo io mi annoio.

Quel giorno si è aperta una porta.
No, non mi riferisco alla porta di sotto, aperta da mesi perché rotta.
Parlo di un ingresso immaginario.
Prendila come un arco sotto al quale poter passare, indisturbata.
No, non è nemmeno l'arco delle parole sospese di una volta.
Chiamiamola possibilità.
Che forse si capisce meglio.

Ricomincio:
quel giorno si è presentata una possibilità che nel tempo ho colto.

...continua

Muovere i primi passi

Nel 2011 poter dire con sicurezza: "Ho un lavoro!" non è cosa da poco.
Certo la scalata al successo in termini di soldi, fama, tempo speso in altro, piaceri, vizi e sfizi è altra cosa.
Ma se si deve volare bassi, perché al volare troppo in alto con desideri e richieste io sono contraria e ci si fa parecchio male, non mi posso riempire di lamenti.


Non credo che non si debba sognare, sia chiaro.
Io sono ambiziosa e anche un po' competitiva che non ha mai fatto male a nessuno.
Ma non amo i voli pindarici senza un po' di fatica alle spalle.
Mi piace conquistarmele le cose perché, seppur non sempre, credo di meritarmele.
Non sono la più brava e nemmeno la più bella ma ho passione, costanza e pazienza per quella che è la costruzione di quello che vorrei diventasse il mio mestiere, della vita e per la vita.


Da bambina ero divisa tra il voler diventare maestra d'asilo nido per l'immenso amore da sempre avuto verso i bimbetti e trasformarmi in una ballerina vivente sulle punte per un altro immenso amore, neanche a dirlo, la danza.


A 16 anni ho capito che non avrei fatto nessuna delle due cose.
E ho optato per un campo vagamente più intellettuale.


Sinceramente non ricordo quale sia stata la spinta, la molla, lo schiaffo.
Anche perché nulla di quello che facevo a scuola poteva presagire una riuscita in determinati campi.
"E' intelligente, ma non si applica, non ha costanza, potrebbe dare di più, è assente".
A cantilena, neanche fossero poesie da imparare a memoria.


E tutti che ti inseguono per dirti di abbandonare certe strade, che tanto non ce la fai.
Se non te lo dicono, te lo fanno capire con gli occhi.
Gesti di malizia.


Due estati fa, faceva caldo, ero all'estero, masticavo km.
Arriva una telefonata, poi un sms.
Era una persona carina che avevo conosciuto facendo uno di quei lavori che si fanno per metter da parte due lire e sentirsi meramente utili, in movimento.
Eravamo rimaste in contatto ma non credevo che avremmo iniziato a vederci tutti i giorni, per ore, a colazione, pranzo, merenda.


Bene, mi fissa un appuntamento per settembre in quello che è lo studio in cui lavora.
Non so esattamente perché io e non altre.
Credo sempre che le persone ad un certo punto si dimentichino di me.
Non sono una di quelle che fa la qualunque cosa per essere ricordata.
Sono stata smentita.


Quel settembre arriva, 8 settembre 2009.
Arrivo anch'io.


Dal 14 settembre divento una presenza fissa, certa.
O meglio una stagista schiva.


...continua

La parte I di un atto II

Ricominciare da me significa ricordare chi ero prima del punto.
Aprire una mano e vedere che cosa è rimasto stretto e dentro.
E in cosa si è trasformato col moto dei tempi.


Anni fa ero una studentessa di Linguaggi dei Media.
Lo scrivo maiuscolo che fa più scena.
Se apro una mano trovo che lo sono ancora oggi.
Perchè se le cose subiscono modifiche non possono trasformarsi in miracoli.
Mi mancano sei esami, e li conto, e uno, e due, e tre, e quattro, e cinque, e sei e muoviti.

Perchè poi la scelta di studiare il linguaggio di macchine infernali?
Per diventarne un ingranaggio. Certo.
Un piccolo tassello di quelli che ogni giorno raccontano storie.
No, si dice: "informano!".
Si, insomma, una giornalista ... come se non ce ne fossero già troppe e troppi.
E sempre di più.


Uno di questi si chiama Emilio Carelli e, anni fa, è stato uno dei miei docenti.
Ma ancora prima è stato uno dei fondatori del Tg5 e direttore di TgCom, testata Mediaset che si occupa di Internet e Teletex.


La sua materia si chiamava e si chiama "Teorie e tecniche dell'informazione online" e gran parte del lavoro verteva sulla fabbricazione di un "diario online".
La parola blog circolava come il sangue, necessaria per comprendere un meccanismo che si stava radicando.
E che, in particolar modo, con la tragedia dell'11 settembre trovò una ragione reale di esistere.
Nasceva la figura del reporter diffuso e questo dovevamo diventare per il nostro esame.
E' stato forse il passaggio più pratico che l'università mi ha offerto.
Ma all'inizio fu una grande prova di smascheramento.
Ricordo il primo post online, il batticuore, è strano da far credere.
Se mi si conosce oggi e mi si trova spavalda.
Si è trasformato con gli anni in un bellissimo passatempo, in una sorta di terapia della scrittura, in un movimento non più meccanico ma liberatorio.

L'esame lo passai bene.
Il blog ha vissuto per anni, ma poi ho deciso di farlo fuori come si fa con quelle cose che iniziano a starti strette e soffochi.
Troppe cose scritte che non mi andava più di leggere.
Troppe presenze assenze.
Voglia di spegnere i riflettori.
Uccidere la luce.
Vivere silente.
Chiudere porte.
Cancellare tutto quello rintracciabile.
Dedicarmi ad altro.


Ricomincio da qui

Dal punto come l'avevo messo. Alla fine di una frase.
Dagli anni passati, trave storta di quell'allora che si specchia ma non si vede. Più.
Dalle cose che non ricordo e da quelle che non dimentico.
Dall'amore fottuto e immenso per il mettere insieme catastrofi di parole, a fiume.
Dall'improvviso silenzio. Che a momenti mi irretisce.
Dalla tua faccia che non vedo davanti e sempre cerco con la coda degli occhi e da quelle di facce che si girano per non dovere salutare.
Dai riferimenti più o meno imprecisi. Che a volte, te lo dico, sono messaggi subliminali coperti di polvere del mattino.
Dalle circostanze che cambiano non dandoti sempre una forma migliore.
Dal giorno che a volte vorrei fosse la notte.
Dalla notte che se poi non riesci a prendere sonno tanto vale che si trasformi in giorno, in altro, domani.
Dalle volte che ci ho pensato e ci penso, e ancora e dai.
Da una mano che si tende e l'altra che si arrende.
Da una domanda all'aria.
Da una risposta che non arriva, da una che t'illude, da una che t'opprime e l'altra che era una bugia.
Da una consolazione che è un premio per dire gentilmente che non ce l'hai fatta.
Da un miraggio che ti fa sgranare gli occhi per dire poi tanto lo sapevo.
Dalla gente passata. Che se n'è andata.
Da quella arrivata. Che invece rimane. Forse.
Dai punti fermi e le mani morte.
Ricomincio da me. Sempre meglio che ricominciare altrove.